
Art Trek : viaggio nel futuro r…esistenziale di Mauro Patrini
Uscivo dall’incontro in Cattedrale a Piacenza tenuto nel Febbraio 2007, il cui titolo era “Le pietre vive”: emozionante l’esposizione dei tre artisti, Corradini, Zucconi e Xerra, densa di aneddoti umani ed artistici che spiegavano l’entusiasmo della civiltà medioevale ad erigere quella maestosa costruzione, a sentirsene parte attiva, ciascuno come una singola pietra che facesse parte dell’intero edificio, secondo la suggestiva definizione del cristiano del linguaggio evangelico.
Quella meravigliosa cultura partecipativa si estendeva alla popolazione e traduceva con estrema semplicità la volontà di essere appunto elemento vivente della cattedrale di Pietro, cellula pulsante di un organismo, momenti di un miracolo collettivo, più che mai tangibile.
Questo sogno religioso di testimonianza ha lasciato posto, nel corso della storia dell’uomo e dell’Arte, ad un laico fervore di affermazione culturale e territoriale, contaminato da un sacrale appetito consumistico: è così che siamo arrivati alle moderne megalopoli e ad un incontrollato processo di urbanizzazione che ha confuso sacro e profano.
La spinta di luce verticalista si è mutata in una espansione di ombre orizzontalista verso un confine indefinito, creando una autentica globalizzazione che sottrae continuamente aree di terreno e soffoca culture preesistenti.
Scendendo i gradini della Cattedrale ho avuto l’impressione di lasciarmi alle spalle un passato secolare, di rituffarmi nel nostro mondo di paure quotidiane, schizofrenie tecnologiche e timori ambientalistici, palcoscenico di una civiltà in via di autodistruzione, incapace di coniugare sviluppo economico e armonia sociale: la globalizzazione è un binario morto che porta dritto all’aridità umana e al disastro ambientale, un gigantesco ipermercato di emozioni preconfezionate e codificate.
Così ogni gradino che scendevo era un tuffo in avanti di cento anni: al termine della scalinata era come se fossi atterrato da un’astronave, era il 3979 e davanti a me si aprivano le forme geometriche delle città di Patrini !
Paesaggi deserti, lunari entro cui svettano architetture avveniristiche, distese come radici artificiali che affondano nel terreno, quasi a proteggersi da una contaminazione nucleare, da una radioattività che ha segnato le rughe di quegli esseri superstiti la cui assenza è una costante delle opere di Patrini e che immaginiamo protetti all’interno di questi fortini inaccessibili, vittime estreme di una incosciente corsa al progresso, di un collettivo, annunciato olocausto !
La superficie levigata delle opere, realizzate prevalentemente in legno o gesso, le fa sembrare sculture di Arnaldo Pomodoro, edifici dall’apparente perfezione geometrica al cui interno si nasconde un’umanità sconfitta, il cui disagio è però, nell’artista romagnolo, drammaticamente sezionato da inaspettate aperture che si dilatano come ferite profonde, come un grembo squarciato che offra un varco alla nostra vulnerabilità, ad una organica e impietosa fragilità.
Patrini, al contrario, non svela apertamente queste contraddizioni di forme, le lascia intuire, utilizza modelli patinati per occultare un dramma temuto, per bendare in un silenzio irreale quelle vite minuscole e sotterranee entro cui abbiamo l’incubo di proiettarci.
Patrini non apre quei gusci, inviolabili urne che contengono le ceneri di un atteso disastro nucleare, i resti di un’umanità violentata e compromessa.
Così corridoi di collegamento, torri, cicloidi, impensabili piste di atterraggio, centrali nucleari disegnano architetture di strenua sopravvivenza, spazi vitali sottratti alla catastrofe di un deserto inaridito: Patrini utilizza simbolicamente legno e materiali poveri per rendere più evidente questo senso di recuperato primitivismo e di sofferto concettualismo.
La volontà di ridare dignità a questi materiali di recupero sembra dar corpo al sogno di Burri: la stessa finezza dolorosa di accostamenti che nel maestro umbro compone e ricuce isolati frammenti di vita sfregiati da combustioni ulceranti, in Patrini si fa più ampio progetto di recupero collettivo, sistematico tentativo di riconquistare un equilibrio.
Non si assiste al salvataggio isolato di un naufrago, ma al trascinamento in porto di una intera corazzata in disarmo, di un’umanità stanca che rifiuta di piegarsi su sé stessa.
Ecco allora il miraggio del riscatto, “Alcova, anno 3979”, opera di struggente drammaticità e rarefatta delicatezza, costituita da un tronco sezionato e amputato dei suoi rami, umiliato nel suo spento “rigoglio vegetale”, come un uomo privato del suo orgoglio virile, destinato a concludere il proprio ciclo vitale come legna da ardere: ma appoggiato su quella nudità scheletrica affiora un nido fatto di filo elettrico aggrovigliato e di chiodi disposti a comporre un’alcova e al suo interno un candido uovo, una speranza di vita adagiata su quel corpo morto, la capacità di sopravvivere anche nell’ambiente più ostile, di percepire uno spiraglio di luce anche nel buio più profondo.
E’ una straordinaria interpretazione visiva della sofferenza come strumento di apprezzamento della vita, tentativo spontaneo di scoprirne il più grande miracolo anche nelle più semplici manifestazioni: quel nido è una corona di chiodi che meglio di qualsiasi stucchevole sermone ci infonde il senso della resurrezione.
Non è la fantasia ironica e dissacrante di Baj, ma la grazia consacrante di una laica annunciazione, esempio prezioso di rivisitazione dell’Arte povera, privata di ogni abbellimento accattivante e fuorviante, carica di una poesia diretta e di una simbologia essenziale, ridotta a materiali primitivi, poveri e dimenticati, volutamente accostati a comunicarci il valore del più umile frammento di vita quotidiana.
Ecco dunque la vita sospesa che pulsa come microrganismi sulle superfici lunari di Patrini, il desiderio di sopravvivere a un imminente disastro collettivo e a quello, più semplice e personale, del tempo che ci contamina gradualmente, amputando i nostri sogni.
Patrini ci ha guidati in un viaggio nel futuro, come l’astronave di Star Trek ci ha fatto atterrare su terre desolate e inaridite in cui abbiamo trovato tuttavia un messaggio di speranza: le piante ai piedi della scalinata del Duomo sembrano ora le alcove dell’oggi, hanno la stessa disperata ostinazione alla vita.
Così l’astronave sembra sollevarsi per riprendere orizzonti stellari, mi risveglio dal mio incubo di infranta desolazione, quel lontano 3979 suona come promessa di una lontana e attesa fioritura, mi sento anch’io “pietra viva” di un mondo da costruire e ripeto le parole di una stupenda canzone di Cocciante degli anni Settanta: “corro nel vento e canto, la vita intera canto, la mia preghiera canto …." e aspetto “la gente che sorriderà lungo la strada”.
Mauro Patrini sa donarci una lezione d’Arte che è autentica dottrina di vita, ci insegna a sorvolare la realtà sulle ali di un sogno rarefatto e ostinato, della ritrovata freschezza di affrontare l’esistenza con lo sconcertante candore di una giocosa e inarrestabile avventura nel tempo.
Aldo Benedetti
©2006-2007 Mauro Patrini
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